Alberto mi ha fatta a pezzi

Di Silvia Callocchia /

La richiesta di Paolo e Giorgia di illustrare il testo di Pino Pace è arrivata in un momento per me delicato. Avevo iniziato a decostruire il mio stile, a fare ricerca di forme e colori nuovi, che mi appartenessero di più. Non perché lo stile di prima non mi appartenesse, però, per quanto mi riguarda cambiare è fisiologico.
E poi chi lo ha detto che un’illustratrice non può cambiare stile? O avere più stili?
All’inizio avevo pensato di disegnare con il mio “solito” stile, forse perché mi sentivo al sicuro, soprattutto con un tema così complesso. Invece Rrose mi ha spronato a lasciarmi andare e sperimentare liberamente. Quale testo migliore per mettersi in gioco se non Quando Alberto si svegliò morto?

L’inizio di un nuovo progetto è per me una fase molto creativa, ma anche frustrante, fatta di tentativi e di errori. Vorrei tutto e subito ma, ahimè, non funziona così.
La prima cosa che faccio, dopo aver studiato il testo, è provare a disegnare subito una tavola in definitivo. Scelgo l’apertura che mi ha colpito di più, a prescindere dall’ordine della storia. Quindi, studio forme e colori e mi butto a capofitto nel disegno. Ovviamente, durante questo processo, vengono scartate delle tavole perché non convincono del tutto per la composizione o magari per la palette.

Pino trasforma quello che per molti è un tabù in un gioco di immaginazione di un bambino assonnato. Ho deciso di assecondare il gioco di Pino e quindi di Alberto, riportandolo, con la mia interpretazione visiva.

Quali esperienze ha un bambino della morte? 
Nel testo si fa riferimento ad una mosca morta. Questo mi ha colpito. Perché è proprio così, i bambini fanno caso a delle piccole, piccolissime cose, a cui che noi adulti non badiamo nemmeno. Ed eccola lì, nei risguardi. Perché per Alberto quella mosca era importante in qualche modo.

Quali esperienze ho avuto io da piccola?
Da qui ho iniziato a ripensare alla me bambina, al corteo funebre che fecero mio fratello e i suoi amichetti per un grillo morto, a quando al mare facevo il morto a galla e sentivo tutto il mio corpo, dalla punta dei capelli alle dita dei piedi.

Dopo essermi confrontata con la casa editrice e aver mostrato le prime tavole, ho iniziato a costruire lo storyboard. A me non piace particolarmente fare schizzi, di solito vado subito con il colore. Quando si deve creare un ritmo narrativo però, è necessario. Come è necessario scartare alcuni schizzi.

Come rappresentare la vita e la morte insieme?
Ho immaginato Alberto nella sua stanza, tra luce e ombra, tra colori sgargianti alternati ad uno sfondo scuro in cui Alberto diventa un contorno bianco, come un tratto di gesso su una lavagna. Questa dicotomia ha colpito così tanto da convincere Paolo e Giorgia a riportarla anche in copertina.

Questo libro è diventato parte del mio processo di mutazione: nuove forme, nuove sintesi. nuove palette. Alberto, giocando a fare il morto, si mette proprio in ascolto del suo corpo, un pezzettino alla volta.
Attraverso Alberto mi son fatta a pezzettini, analizzata e ricomposta anche io.


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