Remixeide di Teofilo Folengo

Di Marco Taddei /

Non sono proprio la persona adatta a raccontare come sono andate le cose. 

Non ho una buona memoria, vivo con il pilota automatico, come in un sogno, e questa modalità ha, come ogni modalità di vita, i suoi pro e i suoi contro. Allo stesso tempo posso dire (rivelare?) che su Moscheide, sulla sua preparazione, sulla sua messa a punto, sui suoi retroscena e sulle coincidenze attorno a questo libro, ci si potrebbe riempire una carriola – o un bigoncio, per introdurre il clima popolar-campagnolo dell’opera del Folengo. Ovviamente non le potrò raccontare tutte: io sono l’autore dei testi, ma ci sono tante altre voci che cantano nel coro (a cominciare dall illustratore Federico Maggioni, da cui tutto è cominciato, fino al duo di Rrose Sélavy, Paolo Rinaldi e Giorgia Berardinelli, che sono stati gli acuti ricevitori della ventura di questo libro). 

Ad ogni modo, cercherò di mettere assieme i pezzi per dare un’idea di quel che è stato fatto e come.

Il primo appunto sul mio computer è datato febbraio 2024, ma non sono così sicuro che sia quello il giorno esatto in cui ho cominciato a lavorarci su. Questo vuol dire che è da almeno due anni e mezzo, quasi tre, che l’opera di Teofilo Folengo – che faceva il verso all’Iliade di Omero, mettendo l’una contro l’altra le mosche e le formiche, quella Moschea da cui Moscheide ha avuto origine – è nei miei pensieri.

Che venissi coinvolto in questa operazione mi lusingava, ma allo stesso tempo mi intimoriva. Come poteva essere altrimenti? Teofilo Folengo, questo gnoccolone fritto della letteratura italiana da mangiarsi caldo caldo, era un pezzo da novanta che avevo letto tra le righe di Gargantua e Pantagruel, citato da Rabelais, che gli rendeva notevole omaggio celebrandolo per l’ispirazione delle sue invenzioni picaresche. E si trattava di riscrivere una sua opera ORIGINALE per offrirla al lettore CONTEMPORANEO. Roba da filologi, e io mi sentivo un naso rosso che serviva al tavolo dei sapientoni!

Eh già, perché, come succede tante volte, non l’avevo mai davvero letto, il buon Teofilo! Il Baldus l’avevo approcciato, spassandomene non poco, ma quella marea di vispi versi non l’avevo mai finita (ora sto recuperando pian piano). Quindi conoscevo il Folengo in una maniera così esigua che era rischioso mettercisi al fianco e cercare di imitarlo. Mi fu subito chiaro che l’operazione di traslazione e italianizzazione del testo era faccenda delicata e che, soprattutto, doveva essere eseguita da una mente intelligente ed esperta. Capacità e pregi, questi, che mi sono sempre mancati e che tuttora mi fanno cilecca. Il gusto per le operazioni matte e un poco incontrollate, però, quello non mi è mai mancato. E allora, facendomi un po’ di coraggio, capii che non potevo dire di no a una proposta così spropositata.

Per fortuna, l’ansia da prestazione mi portò a cercare tutta la riduzione del danno possibile. Avevo già compreso che, se avessi soltanto tradotto il Folengo, l’opera sarebbe stata depotenziata. I pregi dell’italiano maccaronico sono la sua mescolanza tra l’alto e il basso, l’alato e lo strisciante, il latino colto e il sagace volgare – che, quando Teofilo scriveva, era la lingua parlata ovunque eccetto che nei libri. Inoltre, non lo si poteva riportare parola per parola in nessuna veste editoriale: parliamo di circa un migliaio di versi che nessun mercato avrebbe mai assorbito (faccio finta di capirci qualcosa, eh!). C’era piuttosto da interpretarlo, cioè capirlo, e reinventarlo, cioè metterci del proprio partendo da quello che si era capito. E, soprattutto, scriverlo come in una prosa non eccessivamente lunga. C’era dunque da farne il RIASSUNTO.

Il timore con cui mi sono avvicinato a questa materia, non lo posso dire. L’idea di fare il riassunto – parola che fa sovvenire la quinta elementare – di un lungo testo, scritto in un latino sì semplice ma sperimentale, con un contenuto spericolato, capostipite di una letteratura impudente, fiammeggiante, rivoluzionaria – certo, un’opera minore, ma messa su carta dal Petrarca del farsesco, notevole per la sua leggiadra complessità di situazioni, personaggi e azioni, dal ritmo inacciuffabile e forsennato, dal gusto buffo e teatrale, squisito come il più riuscito sketch dei Monty Python o di Lundini (per il lettore contemporaneo) – mi perforava il profondo delle budella. Sono quelle cose che sogni di fare, ma quando poi ti capitano davvero dici che devi andare a comprare le sigarette e per non tornare mai più. Come potevo cavarmela senza andarmi a schiantare?

Per uscirne indenne, mi sono ispirato al Folengo stesso, che aveva scritto i suoi versi con temerarietà e senza riguardo per nessuno – poi però li firmava con uno pseudonimo, erano altri tempi, Teofilo! – e allora ho preso il testo per la collottola e l’ho scrutato da vicino. E non c’ho capito niente. Perché va bene che era scritto in maccaronico, ma era pur sempre latino, lingua cosiddetta morta che oltretutto versava nelle stesse condizioni dei miei studi liceali, orrendamente sepolti da secoli. Eppure c’era ancora qualcosa di vivo, dentro quel sepolcro. Anche se non capivo niente, qualcosa mi arrivava. E sghignazzavo.

Lo sghignazzo mi spinse a fare sul serio e mi misi allora sulle tracce del Graal dell’opera – minore – del Folengo: Macaronee minori, a cura di Massimo Zaggia, edito nel 1987 da Giulio Einaudi Editore. Porto a casa una copia degna e in ottimo stato trovata su Ebay. Sono talmente soddisfatto di questa mossa e del prezzo irrisorio con cui me la sono messa in tasca che quasi mi sembra di aver fatto tutto il lavoro. E invece no, era ancora tutto da fare. Non avevo scritto ancora un singolo rigo.

Il libro arriva e mi trova medievalmente in montagna, nella scalcinata dimora nonnesca. Senza acqua calda e senza riscaldamento, mi scaldo al fiato goliardico del Folengo e delle dotte note del Zaggia. Trovo più del dovuto, capisco ogni gioco di parola e comprendo tutto il linguaggio epico-rinascimentale fatto di cavalcature, spade, armature e tutte le varie cose entomologiche, godo del testo fino al midollo. Sono anche lievemente sgomentato: sapevo che Folengo era un instancabile creatore di frizzi e di lazzi, e che perdeva versi ad ettolitri dal suo bel cervello mantovano, ma non mi sarei mai aspettato di trovare tre edizioni dello stesso testo. Per creare un testo unico avrei dovuto brulicare in quel formicaio di versi, scavando a fondo per creare una rete di cunicoli che mettessero nel giusto rapporto le varie versioni.

La cosa magnifica di questo strano, triplice testo è che è già straordinariamente spassoso. E vivo. Non serviva fare chissà qualche operazione di traduzione per servirlo al pubblico del 2026. Si dilunga un po’ in certe descrizioni, che sono comunque gustosissime, e ha un finale un po’ brusco, ma per il resto si trattava di battaglie, divinità, massacri, duelli, eroi, tutte cose che conosciamo alla perfezione ed in più scritta come una parodia bella e buona. 

Visto che il finale risultava senza dubbio un po’ brusco – una sberla mentre fai le parole crociate ti coglie meno di sorpresa – lo allungai per renderlo meno tranciante. A quel punto, sfregio più sfregio meno, dato che avevo aggiunto un “nuovo” finale, aggiunsi anche un nuovo inizio; e siccome questo nuovo inizio mi forniva elementi ulteriori, potei allungare ancora di più il finale che avevo già allungato e creare quello che si dice un raccordo con l’opera originaria del Folengo (alè), ponendo tutta la mia versione in una cornice che l’inscatolava a dovere e, insieme, la concludeva per bene. Non mancai di creare qualche pagina enciclopedica / guida turistica al mondo di Moscheide, in modo da rendere omaggio e insieme recuperare qualche sapore che la mia trasposizione aveva forzatamente spepato dall’originale.

Il testo inventato che appare come cappello iniziale è un’invocazione alla Musa che, come accennato, valeva anche come cornice narrativa. Le Muse del Folengo sono muse stravaganti, minori e golose, e così anche la mia invocazione divenne qualcosa di astruso e minore, con Folengo che finisce in un’osteria a bere del vino nero come la bile che gli avvelena il cuore mentre cerca ispirazione per versi che non arrivano. In quella bettola, dove la zampogna è preferita alla cetra, incontra il narratore che lo introdurrà all’avventura di Moscheide. Mi misi sul finale, a quel punto, con lo stesso animo da Allegro Chirurgo. C’era da sfarinarlo e impolparlo, in modo da rendere più tollerabile l’uscita dall’opera al lettore contemporaneo – che, bisogna dirlo, a volte viene trattato come un pigrone da imboccare. E così ho aggiunto tutte le scene degli eroi nel regno dei morti e di Merlin Cocai, che si fa trovare questuante di bei versi davanti alle anime austere di Omero e Virgilio. Inoltre, un sipario che non fosse una ghigliottina avrebbe chiuso la storia in maniera più rotonda e mi avrebbe permesso di divertirmi un po’ con il mondo e la vita dell’incorreggibile (nel senso buono) maestro di così tante macaroneidi. È così che è apparso il doppio finale, con Teofilo Folengo che, esaltato dal racconto ascoltato dal suo compagno di sbronza, torna a casa già canticchiando l’inizio del poemetto insettesco. E questo è il mio finale alla «vissero felici e contenti»: un poeta che, di notte, un po’ brillo, è felice per aver trovato il flow delle sue strofe un po’ astruse.

Proprio quando il libro iniziava a prendere forma, ricevo una telefonata. Chi è? Il maestro Folengo che vuole querelarmi? 

No, non è lui, ma è un altro maestro: Federico Maggioni, che in tutto questo era sia l’illustratore sia il promotore dell’operazione. Da una parte avevo il mastro del laino macaronico e dall’altra Federico Maggioni. Mi capite? Tra i due maestri, a parte la figura del vaso da notte tra quelli d’oro zecchino (cosa che poco importava), temevo di fare la fine del vaso di coccio tra i vasi di ferro: ovvero ben scassato. Ma Maggioni fa tutt’altro: mi accoglie, mi illumina sul progetto, mi descrive i dettagli che ha in mente, le sue idee semplici ma sgargianti, e insomma mi trasmette a doppia cinghia la sua voglia di attraversare questo progetto e arrivare alla sua realizzazione finale.

Dopo quella bella telefonata mi rendo conto che non mi sono imbarcato in una semplice operazione di riscrittura di un testo del ‘500, ma che su quel testo stiamo tutti facendo ciò che più ci piace. Mantenendo una prospettiva rispettosa, diamo spazio a nuovi anfratti, luoghi in cui la nostra creatività può coabitare con l’originale: allargandone gli alveoli come fa il lievito col pane, lo facciamo rivivere e lo arricchiamo di un nuovo contesto. Qui nasce l’anima di questa Moscheide, in cui anche il titolo è una concessione, e che non è una furba attualizzazione, non è una cadaverica riesumazione, non è una modernizzazione e nemmeno un esperimento fine a se stesso: è invece un vero e proprio remix.

Ora, se rifletto su quanto è stato fatto e su questo libro realizzato, ora che lo posso osservare da una certa distanza temporale e operativa, capisco perché questa proposta mi abbia ammaliato, nonostante tutti i timori, fin dall’inizio. Raccontando la storia della guerra tra le mosche e le formiche, un po’ come il suo prodromo pseudo-omerico della Batracomiomachia, il testo rivela un’attualità incredibile, quasi sovversiva. La battaglia tra le mosche e le formiche, oltre a essere paradossale, comica, parodistica e incongrua, è soprattutto stupida. E se è vero che gli animali, da Esopo a Orwell, sono sempre stati le controfigure intelligibili e trasparenti dell’animo umano, questa storia si mette tra i primi posti per la chiarezza del suo messaggio, almeno ai miei occhi: così come qualsiasi guerra è una guerra civile, ovvero tra simili, qualsiasi guerra è anche una guerra tra insetti. La gloria di Achille equivale a quella di una zanzara, l’audacia di Ettore è come quella di una zecca o di un topo: tutti questi sentimenti, così importanti per l’uomo in armi, all’uomo civile – quello, cioè, prodotto dalla millenaria collaborazione dell’uomo con l’altro uomo – non sono che i futili veli che si frappongono davanti agli occhi, cercando di coprire la verità: la guerra è contrapposizione bestiale. Viviamo in un’epoca di guerre: guerre non più nascoste in qualche scantinato del mondo, ma guerre vicine a noi, prossime come il nostro garage, la nostra lavastoviglie o il computer su cui sto vergando queste righe; guerre che Moscheide non contribuirà a terminare, ma che forse aiuterà a decostruire. Forse un lettore è un guerriero che usa il proprio pensiero come arma; la conoscenza è lo scudo che si oppone alla daga dell’oppressione. Le guerre non hanno mai avuto una ragione. Non possono avere niente del genere, perché nascono rinnegandola. Se invece vi sembra che ce l’abbiano è perché vi stanno fregando. Lo capirebbe anche un insetto!


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